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Negazione parte prima: The Early Days

(Appena finita la Settimana Enigmistica, ecco un’altra serie di articoli che interessano poco alla maggior parte delle persone che mi leggono! Quante ne so…)

Come i miei affezionati lettori sapranno, c’è stato un periodo nella mia vita in cui ho subito il fascino musicale dell’hardcore italiano, e in particolare del suo gruppo storicamente più importante, i Negazione. Da giovane ero molto affascinato dalla componente letteraria dei loro testi: crescendo ho parzialmente ridimensionato quelle parole che tanto amavo, ma, come omaggio al mio passato e anche per rivelare un aspetto meno noto di quel tipo di musica, mi piace l’idea di analizzare l’evoluzione di questo gruppo attraverso i loro testi.

I Negazione nascono con tre mini-dischi (EP, demo, chiamateli come volete): "Mucchio Selvaggio" del 1984, "Tutti Pazzi" del 1985 e "Condannati a morte nel vostro quieto vivere", sempre del 1985.
In questa prima fase i giovanissimi Negazione danno grossa importanza al lato più politico (in senso lato), più antagonista dell’essere punk; cosa che, a distanza di vent’anni, appare ingenua, poco originale e, come vedremo, anche un po’ limitata. Il concetto di base, ripetuto e variegato in mille salse, è la contrapposizione tra "noi" e "loro", tra coloro che si ribellano ad una società plastificata e massificata e coloro che invece vi si crogiolano dentro, più o meno consapevolmente. L’idea è abbastanza banale, e pecca della superficialità di chi ritiene che sia impossibile ogni compromesso, ma non mancano alcuni spunti interessanti.

Efficace nella sua sintesi è "Tutti pazzi" (che compare due volte, nel primo e nel secondo mini):

Nelle strade, nelle piazze, nei palazzi
i bambini, madri a casa, operai
tanti soldi, una casa, un lavoro
tutti pazzi, tutti pazzi, tutti pazzi!
Non è questa la mia vita,
tutto questo non fa per me
Una guerra, una morte, grande corsa verso la morte
tutti felici, tutti contenti, state morendo
tutti pazzi, tutti pazzi, tutti morti.

La "ribellione" è totalmente negativa: rifiuto del modus vivendi della società "comune" ma senza alcun proporre alcune alternativa. Molto pertinente è la contestualizzazione del primo verso che evoca bene la periferia torinese da cui provengono i nostri, e particolarmente azzeccata la parola "palazzo", vista in senso negativo, che compare anche altrove con significati simili; in generale, il contesto urbano proletario è facilmente individuabile in molti pezzi e fornisce lo sfondo ideale per ciò che viene espresso. Anche i concetti di morte e pazzia, intesi con un fortissimo accento morale, si ritrovano piuttosto spesso. "Condannati a morte nel vostro quieto vivere", già dal titolo è esplicita da questo punto di vista. Questo è un brano di "Noi":

[…]
Noi, rovesceremo l’orgoglio delle vostre automobili
noi distruggeremo la felicità delle vostre domeniche
perché noi, noi vi abbiamo condannati a morte nel vostro quieto vivere
voi, voi vi siete condannati a morte nel vostro quieto vivere…
[…]

Nettissima qui la contrapposizione tra "noi" e "voi", con una negazione persino del diritto della felicità di stare tranquilli di domenica. Curioso che, dal punto di vista sintattico, le canzoni siano spesso rivolte a un fantomatico pubblico indirizzato con "voi", che rappresenta paradossalmente coloro che non ascolteranno mai questo tipo di musica!
E ancora in "Plastica umanità":

[…]
Plastica…sincronizzazione…passaggio sotterraneo…
rifiuti…burocrazia…arti artificiali…neon…morte!
Catena di montaggio……morte!
Zona da evacuare……morte!
Morte……morte…..morte!!!!
[…]

Se da un lato alcune immagini come "burocrazia", "neon", "catena di montaggio" rappresentano bene il disagio urbano, lascia perplessi invece prendersela con la sincronizzazione, gli arti artificiali e soprattutto con il povero passaggio sotterraneo!
Questa mancanza totale di ironia (il peccato più grosso della militanza dura e pura) a volte sfocia nel ridicolo più esplicito: "Omicida 357 magnum" racconta in modo molto circostanziato le disavventure del povero Sergio Vittore alle prese con un poliziotto di cattivo umore durante il capodanno 1984. "357 magnum… un’arma tremenda!"

Eppure, accanto a tutta la rabbia, tutto il livore, fanno breccia alcuni pezzi più personali. Si tratta sempre di testi piuttosto pessimisti, forse opera di adolescenti inquieti, che però hanno una loro forza. "Tutto dentro", per esempio, è semplice ma efficace:

Stanze vuote, anime grigie, nessuna parola, silenzio lancinante
solo un dolore straziante dentro di me che arriva all’improvviso
senza un perché…….tutto dentro
rabbia ed impotenza per non sapere chi combattere
non un pensiero, non una parola
ancora immagini in bianco e nero
mentre tutto intorno continua la grande farsa
mentre vicino a me amici non importanti
mentre poco fa attimi di gioia esplosiva
mentre fra poco ancora parole e risate
ma adesso solo buio
adesso tutto dentro
tutto cosi` lontano
tutto dentro, amore e dolore, tutto dentro

Nulla di eccelso, per carità, a tratti sembra quasi Battisti, ma la sensazione di estraneità che si prova nei momenti di tristezza è resa molto bene, congiuntamente alla consapevolezza della fugacità di questi momenti. Si tratta di una canzone molto astratta, con nessun riferimento ad un mondo che appare molto lontano.
O ancora, "Chiuso in te stesso":

[…]
Il cielo scuro e nero e` la sola cosa che ti rimane,
riempire il tempo coi tuoi bagliori spenti:
tutto quello che sai fare
la nebbia sta invadendo le pieghe della tua mente,
non sono solo pensieri, questa e` la realta`,
buio fuori e buio dentro, ricordi opachi e vaghi…
chiuderti in te stesso e` l’unica risposta.
[…]

L’insistere su immagini meteorologiche contribuisce alla sensazione di oppressione. Il testo, molto lungo e sostanzialmente incomprensibile senza un supporto scritto, si conclude con "chiuderti in te stesso, non hai saputo fare altro". Ancora una volta, però, anche quando ci si rivolge verso l’interno, spicca la mancanza totale di un lato propositivo. D’altra parte, in un gruppo che si chiama "Negazione", forse è programmatico.

Queste due tematiche dei primi Negazione si fondono nella canzone forse più emblematica di questo periodo, "Niente", che verrà poi ripresa nel disco successivo, e che probabilmente è il miglior testo dei primi tre EP.

Passa il mio sguardo attraverso il nero,
ma non trova niente su cui soffermarsi,
vaga nel vuoto, attraverso i sentimenti,
sa che cosa cercare ma non lo riesce a trovare
….negli occhi spenti, nelle menti vuote,
nelle facce inerti, nei corpi privi di vita,
sopra i vetri lucidi, sull’asfalto sporco,
lungo i cavi elettrici, attraverso sbarre metalliche,
in officine ripiene di carne, lungo corridoi in bianco
e nero, sui treni e sulle macchine colmi di gente che
non sa dove andare, tra vestiti sporchi di sangue,
vite sporche di rabbia…
Diciottto anni colmi di nulla, sensazioni di impotenza tra
atteggiamenti imposti, tra imposizioni subite in mezzo
a lavoro, casa, scuola, ipocrisie e nessuno se ne accorge,
in mezzo a divise, bandiere e simboli, tra soldati,
maestri e capisquadra, in mezzo ad apatia,
sconfitta e solitudine, tra una razza che sta perdendo
il suo padrone… In mezzo a tutto questo solo schifo,
tra ognuna di queste cose solo disgusto, da niente di
tutto ciò qualcosa di cui ne valga la pena,
di tutto questo nulla che fa per me,
per tutto questo solo ed unicamente odio…
Dentro ai miei occhi colorati a sogni,
nella mia mente attiva,
nel mio corpo in continuo movimento,
nella mia faccia incazzata… niente,niente,
niente di tutto questo….
niente, niente, niente di tutto questo…
…niente……..niente!

A partire dal titolo si presenta una canzone nichilista, di rifiuto, ma non in nome di una non ben precisata diversità, di una contrapposizione tra "noi" e "voi", ma in relazione ai sentimenti dell’autore, che si sente perso in un mondo che non riconosce come il suo.
Dopo i primi versi cantati con voce molto sforzata (Zazzo dà il massimo in "Niente", si soleva dire) parte un elenco di immagini prese dal consueto immaginario urbano, ma di efficacia assai superiore rispetto a quelle citate in precedenza. Particolarmente riuscita le "officine ripiene di carne" e "vestiti sporchi di sangue, vite sporche di rabbia". In seguito alle osservazioni che contestualizzano il discorso, un’informazione rilevante: "diciotto anni". C’è la tendenza immediata a sminuire le opere degli adolescenti, ma in questo caso la rabbia di chiunque sia stato ragazzo e non andasse d’accordo col mondo verrà ritrovata. La descrizione di questo mondo si distacca un po’ dalle consuete immagini di città industriali, rivolgendosi invece verso un principio di autorità che, secondo l’autore, domina la società. Volutamente disturbante è il verso una razza che sta perdendo il suo padrone", anche se, al di là del fastidio implicito nell’affiancare due termini carichi come "razza" e "padrone", mi sfugge di cosa si tratti. Molto, molto importante è la parte successiva, perché è l’unico caso di una nota positiva nella prima fase dei Negazione; riprendendo i primi versi, nascono delle contrapposizioni:
negli occhi spenti –> nei miei occhi colorati a sogni
nelle menti vuote –> nella mia mente attiva
nelle facce inerti –> nella mia faccia incazzata
nei corpi privi di vita –> nel mio corpo in continuo movimento
Esiste quindi la possibilità di un lato propositivo? In potenza, per ora. Al momento, solo il rifiuto: "niente, niente, niente di tutto questo."
Come vedremo, in seguito le cose inizieranno a cambiare.

Vizi numerici

È da quando ho dodici anni che ho una piccola mania: quando vedo una serie di cifre, come può essere una targa di vecchio tipo o un numero di telefono o una partita IVA, mi viene l’istinto di controllare se è possibile dividerla in due gruppi di uguale valore. Ad esempio, il mio vecchio numero di casa, 0182646021, può essere diviso ad esempio in 8+4+2+0+0 = 14 e 6+6+1+1 = 14 (ma ci sono numerose soluzioni). Invece, la vecchia targa della Kadett Blu di mio papà negli anni ’80, SV 295100, non ha soluzione. Quello che mi inquieta di più di questo vizio è che cerco di risolverlo sempre nel modo più complicato: ovviamente il modo "facile" è di sommare tutte le cifre, dividere per due se possibile (se la somma è dispari non c’è soluzione) e ottenere questa metà con alcune cifre. Le altre, da sole, ottengono la metà rimanente. E invece io prima conto il numero di cifre dispari, stabilendo che se sono dispari non c’è soluzione, e poi mi metto a combinare le cifre cervelloticamente senza metodo, andando pietosamente a tentativi.
Quindi, non solo mi dedico a giochini estremamente stupidi, ma mi impedisco di risolverli con facilità! Aiutatemi, ne ho bisogno.

Compagni di merendine

Mi son reso conto che molti dei miei amici si meravigliano del fatto che io ricordi i nomi dei miei compagni di classe delle elementari. Forse perché sono cresciuto in una cittadina dove tutte le persone della stessa età si conoscono almeno di vista, ma a mia volta io mi stupisco di coloro che dicono di ricordarsi vagamente due nomi, una faccia e poco più. Ecco qua tutta la bella gente che mi ha tenuto compagnia per cinque anni.
Ometto i cognomi perché non è carino scriverli in modo completo da queste parti, ma assicuro che so bene di chi si tratta.

Chantal B.C.: una bambina carina, delicata, mantenutasi tale fino all’ultima volta che l’ho vista, diec’anni fa circa. Per qualche ragione strana ho sempre avuto l’impressione che mi ammirasse. In un’occasione c’era una messa durante l’orario scolastico e la maestra, una suora, per fingere che ci fosse libertà di culto, disse: chi non vuol venire non venga. Non siamo andati solo io e lei.
Eva B.: ragazza brusca, molto maschiaccio, bionda, simpatica, immediata. Mediocre scolara, una volta l’ho corretta dopo che aveva scritto "all’argo" al posto di "al largo". Rispuntata nel 2003 per una relazione con un mio coinquilino, non è cambiata negli anni e fa la fisioterapista.
Ilaria B.: scomparsa da Alassio per andare a Milano, mi ricordo assai poco di lei se non era popolare tra le altre bambine, e che una volta sono stato a un divertente compleanno con lei. Aveva i denti sporgenti.
Giulia B.: bambina e poi ragazza fine, delicata, ma intelligente e colta, forse un pochino snob. In un compleanno a casa sua ho visto per la prima volta un videoregistratore, anche se ho realizzato solo dopo qualche anno cosa fosse. Capita di vederla ogni tanto in giro, ma non siamo amici.
Cristina C.: il Signore Iddio è stato molto poco generoso con lei. Stupida, anzi, più stupida, bruttissima, aveva anche preso i pidocchi tanto che era chiamata "quattrocchi sparapidocchi". I suoi genitori avevano un negozio di frutta e verdura ad Alassio. Mai più vista dopo la prima media.
Enrico C.: è stato il mio amico "invernale" principale per diversi anni. A scuola non era una cima: sbagliava spesso l’ortografia (in particolare le "h" col verbo avere), ma se la cavava in aritmetica. Ogni tanto prendeva qualche nota, e piangeva abbondantemente. Figlio unico tipicamente viziato, l’ho frequentato fino alle medie, anche in prima superiore, e poi l’ho visto per caso in giro per strada occasionalmente. Si occupa dell’albergo dei genitori con buoni risultati.
Mariachiara C.: alle elementari eravamo abbastanza amici. In seconda ho tenuto un compleanno a casa mia, e l’unica femmina che ho invitato, giusto per fare un favore a mia sorella, è stata lei. Molto chiacchierona, ma simpatica allora. A partire dalle medie, i nostri rapporti si sono deteriorati, e adesso lei per qualche misterioso motivo mi disprezza e anche a me sta piuttosto sui marroni.
Cristian F.: l’unico bambino che a nove anni aveva i baffi. I suoi avevano un negozio vicino a quello di mia nonna, ma raramente giocavamo insieme. Una volta esclamò: "giochiamo a prenderci!", e l’idea di dedicarmi ad un gioco così elementare mi lasciò perplesso. Ragazzo molto semplice, rendimento a scuola medio, mai più rivisto, nemmeno alle rimpatriate. Probabilmente si è trasferito. Una volta, mentre ripeteva una lezione, la maestra gli ha detto "Cristian tu non studi! Ti ricordi solo quello che dico io!". La lezione era sul corpo umano e lui si ricordava che l’azoto non serve per la respirazione.
Nadia F.: bambina assolutamente media, me la ricordo in particolare solo per due fatti: primo, andava a dormire alle 20.30, e ancora a vent’anni suonati aveva il coprifuoco alle 23! Secondo, guardava Creamy, quando lo davano alle 20 di sera ed era di moda, lamentandosi però che nelle figurine avevano scambiato Posi e Nega.
Silvia F.: bambina molto interessante. Vagamente carina, molto intelligente (era la seconda della classe, dopo di me), anche alquanto simpatica. Suo padre, un tipico papà con la barba, aveva un negozio di borse nella zona che bazzicavo ad Alassio, quindi spesso di pomeriggio ci frequentavamo. Mi è rimasta un’ombra di un gran sentimento di rispetto per lei. Ora è a Milano, le piace il cinema d’autore, e fa l’insegnante di inglese per adulti.
Emanuele G.: è stato spesso il mio incubo. Molto dispettoso, mi faceva diversi scherzetti, inducendomi addirittura a piangere, diverse volte. Biondo, gracile, da grande si è fatto crescere i capelli. Sempre maltrattato dalla maestra Suor Maddalena, prendeva tantissime note: probabilmente perché era abbastanza intelligente ma non faceva un belin. Alla gara di geografia di IV è arrivato secondo dopo di me. L’ho rivisto poche volte, dopo le elementari: una volta, in uno splendido bievento, ero con Enrico, e gli dicevo che non avevo più visto Emanuele dopo le elementari. Ed ecco che Emanuele passa in bicicletta: uno splendido bievento. Ora anche lui si occupa dell’albergo dei genitori.
Marialuisa G.: ho uno scarso ricordo di lei, non ho mai fatto particolarmente amicizia. Era di Andora, e spesso andava e tornava insieme alla maestra che pendolava dalla stessa cittadina. A parte i rapporti me, comunque, era una compagnona, faceva amicizia con quasi tutti e giocava volentieri. E’ stata con noi dalla seconda alla quarta: quando in quinta è tornata a trovare la classe, è stata accolta da un’ovazione: "Mary, Mary, Mary…". Rivista nel 1995, era una ragazzona grosa, non particolarmente attraente, che studiava chimica in Piemonte.
Giorgio G.: rimasto un solo anno, in quarta, ma l’ho visto abbondantemente alle medie. Di Milano anche lui, simpatico (anche se a mia sorella stava antipatico), abitava vicino a casa di mia nonna. Quando andavo a mangiare da lei, sulla via del ritorno facevamo la strada insieme, e faceva spesso uno show con delle pulci immaginarie. Medio rendimento a scuola, in quinta, quando ci si vedeva dalle giostre ma non a scuola, spesso si parlava dei rispettivi programmi scolastici ("Io ho già fatto Napoleone!").
Chiara L.: bambina piccolina, di aspetto delicato, da piccola era carina, anche se non brillava di intelligenza. Non più vista dopo le medie, mi han detto che si è sposata giovanissima ed è rimasta invischiata in una sorta di setta di fondamentalisti cristiani. Ahimé, povera Chiara.
Mariangela L.: povera Mariangela! bruttina, sgraziata e stupidina, è stata la mia prima compagna di banco. Ha aggiunto nuovi significati al nome "Mariangela", già seriamente compromesso da Fantozzi. Lavora nel negozio dei genitori.
Mike M.: mai capito perché fosse venuto a scuola da noi, dato che abitava nella parte opposta di Alassio. Ragazzo alto, grasso, riccio, di medio rendimento. L’ho ignorato o quasi per tre anni (eccezione: in terza elementare non faceva ginnastica, e ciò mi colpiva), poi di colpo è diventato il mio migliore amico. Almeno, dal mio punto di vista, dal suo no, aveva il suo mondo. Ci siamo frequentati spesso, facevamo i compiti insieme, eravamo vicini di banco, giocavamo a calcio insieme, in estate andavamo al mare insieme. Aveva un C16 col quale giocavamo spesso. Sua madre era ossessiva e nevrotica, suo padre anziano. Aveva un fratello minore. Una volta sono andato a casa sua a costrire un cm cubo e un dm cubo. C’abbiamo messo tutto il pomeriggio.
Cristian M.: piccolo, sfigatino, veramente uno che ha avuto poco dalla vita, una delle rare persone con cui non scambierei mai la mia vita nemmeno per prova. Debole e poco intelligente, andava maluccio a scuola, e non siamo mai stati molto amici. Sua madre era inglese ma non è che avesse grande propensione per questa lingua. L’ultima volta che l’ho visto, nel 2003, faceva il magazziniere e bestemmiava tantissimo. Avrà avuto le sue buone ragioni.
Alessandro M.: ragazzo semplice, molto poco intelligente ma di indole buona. Poveretto, non capiva mai un cazzo, anche alla fine delle elementari non leggeva ancora bene, sbagliando spesso e generando ilarità generale. In prima aveva l’astuccio identico al mio a parte il colore; aveva dei robot sopra. Di origini meridionali, aveva una lavanderia nella zona che bazzicavo io, e spesso giocavamo insieme nei giardini. Ha un bar ad Alassio.
Cristina P.: ha avuto un fratellino in II. Ad un suo compleanno ho imparato il significato delle parole "scopare" e "pettinare". Per il resto, nulla da segnalare: bambina con gli occhiali, capelli corti e ricci, di medio rendimento.
Flavio P.: ragazzo tozzo, giocava in porta a calcio, ha avuto l’apparecchio ortodontico per molto tempo. Anche lui, come me, guardava il cartone animato "Coccinella", e lo commentavamo insieme. Sua madre lavorava in posta, quindi spesso io e lui arrivavamo presto, verso le 8, e giocavamo a tirarci una gomma da macchina a scrivere dal suo banco al mio in attesa che arrivasse altra gente. Ci sballavamo tantissimo.
Cesare R.: lo ricordo in generale come un bulletto, ma senza grossa cattiveria. Da piccolo ogni tanto mi picchiava, ma per gioco; a scuola non era una cima ma neanche stupido. L’ho visto e ho avuto a che fare con lui diverse volte durante gli anni, con esiti alterni (le medie sono state il suo periodo peggiore), ma da adulto si è dimostrato persona simpatica e gentile, decisamente maturato. E’ una persona robusta, alta, muscolosa.
Susanna S.: bambina molto, molto vivace, piccola di dimensioni, attiva a proporre attività e giochi, con un certo talento artistico ma non particolarmente costante come rendimento scolastico. Una volta mi ha fatto ridere tantissimo mettendosi i capelli, molto lunghi, come se fossero baffi e facendo la faccia seria.
Simona V.: grassottella da bambina, sembra che cresciuta sia diventata una panzona. Non avevamo nulla in comune, se non il fatto di abitare vagamente dalle stesse parti. Inoltre, ci pativo che avesse il cognome posteriore al mio nell’ordinamento alfabetico. Volevo essere l’ultimo!

Oltre questo nucleo di persone, ognuna delle quali è rimasta almeno un anno, i seguenti due hanno fatto una comparsata più rapida e non ne ricordo il cognome:

Vincenzo: presenza fantomatica. E’ stato in classe con noi solo in prima, da settembre a dicembre. Sono venuto a sapere da Suor Maddalena che c’erano stati problemi coi suoi perché non ci sentiva bene. Si faceva fare sempre i compiti dal padre. Aveva gli occhiali, era biondo.
Fiorenza: ragazza venuta dal Canada, rimasta poco, meno male: stupida, grossa, "muccosa". Gli altri maschi dicevano che mi piaceva, ma non era affatto vero. Io avevo pensato una battuta: "Fiorenza la strenza, Fioronza la stronza", ma non l’ho mai detta perché temevo che "strenza" volesse dire qualcosa, del tipo "figa". Una volta ha raccontato un aneddoto su un cervo incontrato vicino a casa sua. Quando correva agitava le braccia in modo stupido.

Il giorno più bello della mia vita

Sassello, estate 1984 (anno più, anno meno)
Io e i miei amici stavamo osservando una ruspa al lavoro con fare sognante, e quel benemerito signore che la comandava, vedendo quei bambini in adorazione di fronte al possente mezzo giallo, si offrì di caricarci sopra la pala e sollevarci. Da grande anch’io guiderò le ruspe.

Analisi della Settimana Enigmistica: quinta parte
La Settimana Enigmistica è faticosa. L’attività intellettuale richiesta è onerosa e dispendiosa di energie, ed è per questo che, in mezzo agli enigmi, si possono comunque individuare alcune oasi di rilassamento.

Le barzellette
Non si creda che le barzellette siano dei riempitivi per completare le pagine in cui non ci sono abbastanza giochi: fanno parte dell’estetica delle pagine, del modo in cui sono costruite. Ne è indizio il fatto che spesso sono messe negli stessi punti. Le vignette sono sparse più o meno per tutta la rivista, ma ci sono alcune zone in cui sono raggruppate in maggior quantità. Senza nome è la raccolta di cinque-sei vignette a pagina 8, sotto i giochini grafici stupidini, mentre hanno l’onore del titolo la pagina 15, "Antologia del buon umore", e la doppia pagina a 42-43, "Per rinfrancar lo spirito tra un enigma e l’altro".
La grande verità: le barzellette della Settimana Enigmistica non fanno ridere. Per niente, nemmeno sorridere. Possono al massimo solleticare alcune corde umoristiche, forse far inarcare vagamente un angolo della bocca, ma vengono dimenticate subito. Sono barzellette fuori dal tempo, che campano su alcuni luoghi comuni: bambini dispettosi, mogli bisbetiche, mariti pigri, animali parlanti. E’ ben ovvvio che l’impossibilità di far satira politica o comunque di attualità limiti terribilmente i vignettisti, e probabilmente la direzione della rivista chiede di basarsi su questi temi, ma personalmente il mio giudizio è molto severo sulla qualità di queste barzellette.
Un discorso a parte merita "Le vicende di Carlo e Alice", residuo delle abitudini nazionaliste degli anni ’30 di rinominare i fumetti. Andy Capp e sua moglie Flo sulla Settimana Enigmistica, a pagina 23, vanno al bar e non al pub. Personalmente non ne vado pazzo, ma l’abilità di Reg Smythe di trovare sempre qualcosina da dire con quei due personaggi e il loro piccolo mondo è sorprendente.
Di recente, sono state introdotte altre strisce fatte in Italia: "La famiglia Belbelli" ne è un esempio. Pur non essendo eccelse, tutto sommato sono di qualità superiore alle vignette standard, e sono un raro encomiabile esempio di supporto alle strisce fatte in Italia.
Esistono altre serie di vignette, oltre a quelle citate: a pagina 12, all’interno della pagina di "Leggendo qua e là", c’è "Che tormento", mentre a pagina 43, a concludere la doppia pagine di barzellette, ci sono "Le ultime parole famose". Da piccolo ero convinto che questa gag avesse tale nome perché era l’ultima della rivista, ma notavo sempre con disappunto la presenza di qualche altra barzelletta in seguito.
Ma non solo di umorismo visivo ci si sbellica con la Settimana Enigmistica: a pagina 10, sopra l’Antologia di Edipo, ci sono le "Risate a Denti Stretti", barzellette vecchio stampo e di pessima fattura. Anni fa ad ogni barzelletta pubblicata era corrisposta una somma, prima 10.000 lire, poi 15.000, addirittura 20.000 gli ultimi tempi. E, poi, all’improvviso, la Settimana Enigmistica ha smesso di pagarle. Grave errore, in mia opinione, privando mezza italia del sogno di campare facendo il risateadentistrettista; il danno di immagine è stato assai consistente per un risparmio di un centinaio di euro alla settimana. Da una rivista di classe come quella in questione non ce lo saremmo aspettati.

Le curiosità
Il lettore curioso non vorrà solo ridere, ma anche rimpinguare il nozionismo che è l’essenza della risoluzione dei cruciverba. A pagina 4 ("Leggendo qua e là…"), a pagina 12 ("Spigolature"), a pagina 18 ("Forse non tutti sanno che") e a pagina 39 ("Strano ma vero", questo e il precedente correlati di figure), c’è la possibilità di leggere curiosità di diverso tipo, quasi sempre inutili. Infatti è pur vero che forse non tutti sanno che "il corno anteriore d’un rinoceronte può superare i 130 centimetri di lunghezza" (25603), ma è altrettanto vero che a quasi tutti non gliene frega niente!
In queste curiosità ho rilevato talvolta imprecisioni e superficialità che sorprendono in una rivista della serietà della Settimane Enigmistica. Addirittura, in un’occasione ho trovato una vecchia barzelletta spacciata per fatto vero, e per di più senza un particolare che era essenziale (si tratta della storiella del tipo che vede un piatto prezioso usato per dar da mangiare al gatto).
Negli ultimi tempi, saltuariamente, le curiosità di pagina 4 sono proposte in forma di gioco, dovendo il solutore stabilire se esse sono vere o false. In tal caso, la pagina prende il nome di "Si può crederci o no?".

Conclusioni

Ammetto che quest’analisi della Settimana Enigmistica mi è sfuggita di mano, tanto che credo che ben pochi abbiano letto gli articoli per intero (se ci siete, battete un colpo!). Quello che all’inizio voleva essere un articolo un po’ scherzoso su un piccolo grande mito immutabile negli ultimi settant’anni è diventato una sorta di piccola panoramica spinguinante sull’enigmistica in generale, tuttavia senza la precisione e il rigore che un manuale di enigmistica richiede. Abbiate pietà. Ora è finita.

Misteri della vita XVII
Italia, 1983. Esce l’attesissimo terzo film della trilogia di Guerre Stellari, "Il ritorno dello Jedi".
Esaminiamo questo titolo: non vi suona strano? Probabilmente no. Eppure le regole della grammatica italiana sono chiare: l’articolo "lo" viene usato prima della "z", della "s" impura e di qualche altro suono come "gn" o "ps". Ma non di fronte ad una sillaba che si pronuncia "ge": sarebbe infatti corretto dire "Il ritorno del Jedi".
Si può sapere perché di questa deviazione? Ipotesi: il primo traduttore pensava che si leggesse "iedi", e ci si è adeguati. Il problema è che ora questa dicitura è radicatissima, tanto che nessuno nota la stortura. Io stesso non l’ho spinguinato da solo, mi è stato fatto notare dal buon Gianluca K.

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